La “resa dei conti” con il clima è ormai in pieno corso su tutto il pianeta, come documentato dai dati incontestabili degli esperti dell’IPCC, oltre che dalle devastazioni e dai danni visti o subìti direttamente nelle ultime settimane, in varie aree del Nord Italia.
Eppure, proprio dopo i catastrofici eventi degli ultimi giorni legati agli eventi atmosferici estremi conseguenti al cambiamento climatico e all’eccessiva cementificazione ed impermeabilizzazione dei suoli delle aree urbane (abbattimenti e sradicamenti di alberi, in primis), è necessario ribadire due concetti fondamentali: in primo luogo ridurre urgentemente e drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra, causa principale del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, e poi continuare a ribadire la fondamentale e irrinunciabile importanza delle funzioni ambientali ed ecologiche (ma anche sociali) delle aree verdi urbane e degli alberi.
Il campo principale dove si giocheranno le sfide del futuro sono la sostenibilità del nostro stile di vita, la lotta al cambiamento climatico e la ricerca del benessere individuale e collettivo perché sono la migliore, la più naturale e la più economica via per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici.
L’indiscutibile ruolo positivo svolto dal verde urbano è però fortemente dipendente dalla struttura, dalla composizione e dalla distribuzione della vegetazione così come, in particolare, anche molto dai criteri pianificatori e gestionali adottati per ottenerne, al meglio, i molteplici benefici.
Proprio in questi giorni, il noto paesaggista Adreas Kipar, intervistato da Repubblica per commentare i disastrosi effetti della “tempesta” su Milano e dintorni, parla di “offensiva verde” attraverso l’incremento della copertura arborea delle nostre città, attualmente molto al di sotto del “minimo sindacale” e nelle quali l’incessante consumo di suolo ha allontanato il cosiddetto territorio aperto, dove è presente l’elemento naturale.
Ormai, è opinione sempre più diffusa, tra gli esperti, dell’importanza, nella crescita equa delle città, di un cambiamento nella pianificazione e gestione delle città future soprattutto per quanto riguarda l’aumento delle aree verdi.
“Questo deve essere condotto attraverso un processo di rigenerazione che deve fare riferimento ai 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, spesso trascurati nei programmi di rigenerazione, rendendo le nostre città luoghi migliori e più inclusivi” afferma Francesco Ferrini, prof. ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree dell’Università degli Studi di Firenze.
Il verde urbano, in primis quello arboreo, in quanto complesso risultato dell’azione cumulativa ed equilibrata di una serie di fattori (intrinseci ed estrinseci al luogo d’impianto), presuppone l’applicazione di alcuni parametri irrinunciabili, molto sinteticamente, riportati di seguito: una scelta oculata e competente del materiale di piantagione, ovvero piante di qualità elevata e scelte non solo su basi estetiche, ma ad elevato potenziale (quota d’inquinanti rimossi dalla vegetazione, percentuale di miglioramento della qualità dell’aria, effetto del bosco urbano sull’efficienza energetica nella zona, evapotraspirazione e conseguente modifica del microclima e molto altro ancora) e anche (soprattutto, direi) grazie a quelle tecniche colturali che influiscono sul miglioramento della struttura, aumentano la disponibilità idrica e l’attività microbica utile del terreno, ovvero le indispensabili premesse tecnico-agronomiche indispensabili per assicurare la riuscita dell’impianto.
Sempre il prof. Ferrini afferma “la scelta delle specie non la deve decidere chi non conosce le piante e i loro problemi. Le conseguenze possono essere molto costose a livello ambientale, estetico ed economico”.
Ma veniamo agli sradicamenti (e agli schianti) dei quasi 350 alberi che hanno devastato diverse aree della città di Milano.
Se non c’è dubbio alcuno nel ritenere l’entità “mostruosa” degli eventi metereologici estremi conseguenti al cambiamento climatico, la principale causa degli sradicamenti non è sfuggita agli occhi “esperti” che hanno potuto osservare, in quasi tutte le immagini degli alberi sradicati, la significativa scarsità quantitativa e qualitativa dell’apparato radicale (ad es. di platani e olmi) insieme ad un’innaturale sproporzione tra parte aerea e apparato radicale, difficilmente imputabile alla sola forza (enorme) del vento.
Ciò farebbe pensare a probabili e pregresse “amputazioni” e danneggiamenti accidentali (si spera) agli apparati radicali durante scavi e lavori vari nelle immediate vicinanze di queste piante, in particolare per platani e olmi.
Serve far presente che il platano ha, per propria struttura, un apparato radicale molto sviluppato, con radici superficiali espanse e profondi fittoni, che lo àncorano e gli danno stabilità meccanica e che l’olmo ha un apparato radicale che per una decina di anni è di tipo fittonante ma poi sviluppa robuste radici laterali da superficiali a mediamente profonde, che si “innestano” con le radici degli olmi adiacenti.

Le radici sono una parte essenziale per la sopravvivenza e per la stabilità della pianta e, vanno rispettate scrupolosamente, così come la cosiddetta rizosfera (parte del terreno in cui si realizzano le interazioni tra l’apparato radicale della pianta, i microrganismi e le sostanze presenti nel suolo) ovvero è nella porzione di suolo intorno che si gioca in pratica il futuro della pianta.
Alterazioni del suolo, riduzione dell’attività microbica, esaurimento delle sostanze nutritive, impermeabilizzazione dei suoli e terreni poveri e compattatati portano a lungo andare a un deperimento della pianta.
In ambienti fortemente urbanizzati – com’è il caso di Milano – e, tanto più nei casi (purtroppo frequenti) di un’errata progettazione del verde, con eccessiva cementificazione e relativa impermeabilizzazione dei suoli, eventuali interventi sulle radici di un albero sono sempre un’operazione estremamente delicata perché il taglio di radici importanti, può provocare la destabilizzazione dell’albero ma anche la morte di parte della chioma.
Ecco perché, nonostante il fatto che sia sempre estremamente pericoloso lavorare sull’apparato radicale in prossimità del tronco dell’albero (definita anche Zona Critica Radicale-ZCR), è necessario eseguire lavori “chirurgici” mirati e mai invasivi, effettuati da personale esperto.
Il rispetto della ZCR, che possiamo definire la “zona rossa” intorno all’albero, è caratterizzato dal volume di suolo “radicale” (variabile da specie a specie arborea) e che non va mai toccato perché in quel luogo “vivono” le radici che sono fondamentali per la salute e la stabilità della pianta.
La buona progettazione dovrebbe prevedere sempre aiuole ampie con terreni profondi e ben lavorati in cui l’apparato radicale possa svilupparsi liberamente e senza ostacoli e dove ci sia il massimo rispetto della Zona Critica Radicale.
Infine, una proposta operativa: poiché, oltre alle funzioni ecologiche, la stabilità meccanica “d’insieme” verso sollecitazioni derivanti prevalentemente da fattori abiotici come il vento è molto favorita nel caso di ecosistemi forestali misti (cioè non monocolture e/o piante singole, isolate ed esposte alle correnti), credo sia giunto il momento – come si sta già facendo in molte altre città europee – di sperimentare le cosiddette “Tiny Forests o Mihawaki Forests”, ossia ecosistemi forestali misti, autonomi e che si “gestiscono” praticamente da soli, garantendo le più utili funzioni eco-sistemiche, con costi di manutenzione e gestione praticamente irrisori (già pochi anni dopo il loro impianto). E magari, prima della prossima tempesta…!!.
Karslruhe (Germania), 28 luglio 2023
Claudio Garrone, Dottore Forestale, Auditor ambientale ed esperto di Climate change