Il paradosso dell’urbanizzazione

La civiltà umana si è sviluppata

utilizzando la potenza del gruppo.

Il gruppo che ricordiamo costituirsi nelle grotte, nelle palafitte, nei piccoli aggregati umani che ancora oggi sono presenti nelle zone rimaste lontane dalla civiltà come noi la conosciamo.

Che cosa avranno pensato le persone quando hanno scoperto che esistevano altre persone, sconosciute, forse anche diverse come usi e costumi, che erano presenti nell’ambiente intorno? Come pensavano l’ambiente intorno di cui conoscevano sì e no quello che potevano cogliere con i sensi? Che sensibilità possedevano? Che sentimenti provavano nel vedere altre persone? E quanto erano o si percepivano diverse l’una dall’altra?

Difficile poterne recuperare la piena sensazione, dall’alto della nostra modernità che ha affinato tantissime competenze e sta modificandosi per adeguare prontamente il fisico e i sensi alle emergenti tecnologie di realtà virtuale, ai viaggi senza gravità…

Eppure il gruppo si è costituito!

Il ritrovamento di un ominide con il femore guarito rappresenta il primo segno di una comunità che ha manifestato la sua presenza positiva nella cura, nell’accudimento altruistico e facendo così la differenza dalle molte specie di animali che non hanno sviluppato queste proprietà in modo così elaborato.

Anche gli elefanti, i delfini e persino i corvi e i ratti dimostrano altruismo proteggendo i propri simili in condizioni di difficoltà.

Ma l’essere umano ha, infatti, progressivamente sviluppato questa modalità, ampliandola. Sviluppando il concetto di proprietà dell’ambiente che, rifacendomi a quanto rivelato dagli studiosi, inizialmente non aveva, in quanto l’alimentazione si basava su caccia, pesca e raccolta di frutti.

Il concetto di proprietà doveva già essere presente quando gli esseri umani costruivano le armi che servivano per catturare le prede, gli strumenti per cogliere i frutti o le strutture per proteggersi nel riposo e nel sonno. Ma si è poi esteso, il senso di proprietà, alla dimensione dell’ambiente, con lo sviluppo dell’agricoltura.

E così lo sviluppo dell’agricoltura ha portato ad ‘appropriarsi dei territorio libero e più fertile facendo da base all’ampliamento del gruppo. Con la conseguenza di sviluppare la necessità di costituire delle regole di rispetto della proprietà e per la convivenza.

La protezione dagli agenti esterni e il benessere hanno, poi, aiutato nel facilitare la procreazione. E la curva demografica, la crescita del numero di persone, si è impennata.

L’urbanizzazione, come raccolta di tante, anche tantissime, fino ad oltre il milione di persone, arrivando a superare la decina di milioni di persone, ha così permesso alle persone di concentrare in diversi grandi posti del mondo i servizi che, altrimenti, avrebbero dovuto essere distribuiti su tutto il territorio. Sviluppando un apposito e complesso sistema di scambio basato sul lavoro e sull’economia.

L’urbanizzazione ha permesso, così, alle tante persone, diverse tra loro, anche di trovarsi insieme accogliendo le differenze come elemento di rafforzamento per il gruppo. Le persone sono diventate tante, le occasioni di incontro sono diventate ancora di più e le differenze si sono apprezzate e ammirate, fino ad arrivare ad amarsi e procreare.

Tutto positivo? Tutto bello?

Insomma. Conseguenze che stanno facendo pendere la bilancia dal lato pericoloso ce ne sono.

Per la verità, ce n’erano già da tempo ma gli interessi economici e di potere li hanno tenuti sopiti e ancora continuano a sopirli dando colpe a destra e a manca (il potere economico non ha preferenze di parte, è tattico).

Lo tocchiamo con mano, in questo recente periodo, il problema dell’urbanizzazione e dell’accentramento dei servizi e dei bisogni:

  • quando la catena delle forniture alimentari è bloccata da una qualsiasi causa come il maltempo, la siccità o la guerra, i prodotti scarseggiano, i loro costi si alzano e non tutti si possono permettere di acquistarli;
  • quando la catena delle forniture di fonti energetiche è bloccata da una guerra e comunque vicina al limite di disponibilità, i costi dei trasporti fanno lievitare quelli della mobilità personale e, ancor di più, i costi delle forniture alimentari (perché devono essere trasportate).

A parte il problema della qualità dei prodotti alimentari di cui si è discusso già nel relativo articolo della globalizzazione, qui si tratta proprio di avere problemi di disponibilità.

Se non si fossero fatte politiche di promozione dell’urbanizzazione ma si fosse dato sostegno all’agricoltura locale non avremmo il problema del “granaio del mondo” che rimane bloccato nell’accesso e che impedisce così il rifornimento a tutti i paesi che ne dipendono.

Se non si fossero fatte politiche di promozione delle fonti fossili, che sono in esaurimento conclamato dal 1973 (il periodo definito come “Austerity”), ma si fosse provveduto a sostenere lo studio e lo sviluppo tecnologico, insieme a una chiara definizione di modalità non impattanti con l’ambiente per i dispositivi produttori di energie rinnovabili o inesauribili, non avremmo il problema di dover dipendere dai grandi produttori di gas del mondo che sono bloccati da una guerra o che sono distanti.

Non ce ne sono di strade alternative, a parte quelle del fascino deteriore e della seduzione deleteria di soluzioni che portano diritte verso il baratro della “grande selezione naturale”.

Se vogliamo riappropriarci della strada maestra,

dobbiamo tornare a dare spazio alle produzioni alimentari locali, alle produzioni energetiche locali, ai trasporti brevi di prodotti (alimentari e non) che alimentano i negozi di vicinato.

La scienza, la tecnologia e i luoghi di sviluppo della cultura possono sostenere questo passaggio e noi dobbiamo alimentarlo con impegno.

Attiviamoci e non cediamo al pensiero deviante e depressivo.

Dalla voglia di fare e dal pensiero costruttivo verranno buone soluzioni. Ne sono certo.